Hot Chip e Dntel. Le delusioni digitali della settimana

Hot-Chip-In-Our-HeadsHOT CHIP
In Our Heads
L’amarezza si consuma lungo la A14, quando scelgo il nuovo In Our Heads degli Hot Chip per farmi compagnia durante un (breve) viaggio in auto. L’impressione è che i cinque londinesi siano arrivati a quella stasi creativa che tanto fa paura a noi ascoltatori criticoni. In Our Heads è un onesto disco di synth pop senza fronzoli, nulla di più. Ha ancora qualche slancio melodico degno di questo nome, un paio di trovate assassine (in senso buono), ma per dire “mi piace” bisognerebbe provare ad ignorare i due botti veri degli Hot Chip, ovvero Coming On Strong e The Warning. Dischi che erano riusciti a far apprezzare l’electro anche al popolo delle frangette e degli indie “senza chitarra non so star”. Ecco, oggi quel taglio trasversale fatto di pop caramelloso e canzoni di impianto sostanzialmente “rock” (in senso lato) che tanto piaceva al pubblico del Covo non esiste proprio più. In Our Heads è un onesto album di pop synthetico che prova a riaggiornare l’Eldorado anni ’80. Molto mestiere, poco altro. Potrà piacere ai cultori e ai fan sfegatati, ma insomma: una noia mortale.

dntel-aimlessnessDNTEL 
Aimlessness
Bastassero le melodie, saremmo tutti qui a struggerci di nuovo beatificando Aimlessness come il ritorno del “maestro” Jimmy Tamborello. E invece. Invece non bastano affatto. Perché il nuovo album di Dntel puzza di muffa. Trattasi infatti di una prova di autoconservazione, rievocazione storica di un suono finito nello scantinato già da qualche anno. Se ne sono accorti in molti, lui evidentemente no. Oppure (peggio) Tamborello ha capito che più di questo non riesce a fare, e quindi insiste. Il punto è che la cosiddetta indietronica così come la conoscevamo è morta da un pezzo. Forse già dopo quel piccolo gioiello intitolato Give Up e firmato Postal Service, ovvero lo stesso Tamborello con Ben Gibbard dei Death Cab For Cutie. Anno 2003, perfetta sintesi di madrigali digitali domestici ed forma canzone strutturalmente di impianto (vabè) indie. Quattro anni dopo Dntel pubblica Dumb Luck, sulla scia di un successo forse poco prevedibile (il meglio, comunque, è dentro quel gioiello di Life is Full of Possibilities). E adesso Aimlessness. Che (a posteriori) tradisce ambizioni e senso già dallo stesso titolo: “mancanza di scopo”. Detto che non c’è nulla di male nel voler storicizzare un fenomeno pop di ampia portata come l’indietronica, occorre anche mettersi in testa che farlo così, come se in otto anni non fosse successo nulla, è da ingenui. O presuntuosi. Scegliete voi. Di Aimlessness ho deciso di non salvare nulla. E’ un disco fuori tempo massimo, nulla di più. Come la caricatura di un cadavere. Non proprio il massimo dello stile.

Il Pan del Diavolo live @ Kontiki, San Bendetto del Tronto. Cronaca di una gita pasquale improvvisata

il Pan del Diavolo
Punto primo: il Pan del Diavolo dal vivo oggi ricorda per molti aspetti gli Afterhours di una decina d’anni fa. Punto secondo: sarò nostalgico, ma nonostante Piombo Polvere e Carbone sia un gran disco (ne parlo più o meno approfonditamente qui) continuo a preferirli come duo.

Andiamo con ordine. Osimo – San Bendetto del Tronto passando per Recanati. Chiamiamola pure “gita di Pasqua”, perché così è nata, improvvisata in un’ora. Per il Pan del Diavolo è la terza data del tour. Suoneranno al Kontiki, stabilimento balneare che in attesa della stagione turistica della Riviera delle Palme si reinventa live club (acustica così così, ma resa sonora più che dignitosa).

All’ingresso, ore 22 circa, quattro metalheads locali parlano di sesso spinto ed elogiano una pratica sconosciuta a noi nordisti: succhiare assorbenti (sì, avete letto bene, purtoppo). Prima del Pan del Diavolo ecco gli Anelli Soli, trio messinese per la prima volta nelle Marche. Flaming Lips con un tocco dei Verdena di Wow, giusto un po’ più radiofonici e con melodie belle aperte ed orecchiabili. Interessanti, e il pubblico apprezza.

Ora, il Pan del Diavolo. Ribadito che Sono all’osso è stato applaudito un po’ a destra e a manca, Piombo Polvere e Carbone rappresenta il passo in avanti verso la consacrazione. Ecco il perché del paragone con gli Afterhours di dieci anni fa. A livello di “culto” siamo lì, c’è poco da fare. Pubblico giovane (ma tutto sommato variegato), canzoni urlate a memoria, ragazzine in prima fila attente e che si mangiano con gli occhi Alessandro Aloisi e Gianluca Bartolo.

Sul palco sono in quattro, un chitarrista-bassista in più ed un batterista. E vista la consistenza di Piombo Polvere e Carbone direi che si tratta di una mossa inevitabile. Live set piuttosto equilibrato: la prima parte è tutta per le nuove canzoni. Molto Calexico e Giant Sand, almeno all’inizio (“molto Eagles” è invece il commento di un amico della nostra comitiva, non proprio un complimento, ma ci può stare). Poi, gigioni e navigati mangiatori di palco, infilano il trittico Cramps Blu lagunaBomba nel cuore e la titletrack del nuovo album per far partire un po’ di macello tra le prime file. Mossa azzeccata.

Dopo il bis tornano sul palco in due e si ripesca Sono all’osso. Chitarre e grancassa, le chicche migliori arrivano con il vecchio repertorio (tirata anche Coltiverò l’ortica, inserita in un ep ma acclamatissima).  E a conti fatti, quella del duo asciutto e senza fronzoli è la dimensione che preferisco. Chiusura con un secondo bis, La differenza tra essere svegli e dormire (elettrica e quasi Marlene Kuntz, non chiedetemi perché) e la nervosa Farà cadere lei. Sudore e poche parole. Questo per dire che potranno anche non piacere, ma una cosa va riconosciuta: sanno come tenere in pugno la platea. Comunque la vogliate mettere, a certi livelli bisognerà imparare a fare i conti anche con loro.

Bugo, Twitter e una bellissima giornata di polemiche

Perché proprio adesso? Sarebbe da chiederlo al diretto interessato. Bugo passa al contrattacco e tramite Twitter decide di mettere in fila tutte le recensioni al suo recente “Nuovi rimedi per la miopia”. Prima le stroncature, poi gli applausi. Basta seguire l’hashtag #esercitodibugo e il gioco è fatto.

Il buon Bugatti ha stanato anche me. Riporto testualmente dal suo profilo Twitter:

“questo di @RoarMagazine fra un po piange, è rimasto a 10 anni fa e non dice nulla http://www.roarmagazine.it/recensioni/musica-imbecille-per-gente-altrettanto/recensioni-album/476-nuovi-rimedi-per-la-miopia-di-bugo-una-delusione-infinita.html #esercitodibugo

“Questo” sarebbe il sottoscritto, e su Roar Magazine avevo scritto così. Come ho scritto al diretto interessato, ribadisco concetti e parole espresse e non mi rimangio nulla. Penso che “Nuovi rimedi per la miopia” sia un disco moscio, senz’anima, con canzoni che non vanno mai al punto.

Mi immagino il commento del lettore: “Ammazza quanto si picca questo, non accetta nemmeno una critica”. Ops, non vedo critiche. Dire che “questo fra un po’ piange” non rappresenta un’analisi della stroncatura. “E’ rimasto 10 anni indietro” forse è un giudizio soggettivo, non certo un argomento. Anzitutto perché non è detto che in dieci anni le cose debbano sempre cambiare in meglio. Il tempo scorre in una direzione, ma questo non è garanzia di “evoluzione”. Un artista, così come ogni persona, non migliora per forza invecchiando. A costo di sembrare un fregnone nostalgico, ripeto il concetto: il Bugo di “Sentimento westernato” aveva tante cose da dire (e sapeva come dirle), quello di “Nuovi rimedi…” no.

E poi, giusto per citare dei commenti di alcuni amici: se decidi di pubblicare un album di canzoni significa che ti aspetti che qualcuno le ascolterà. E quel qualcuno, con più o meno autorità, penserà che sono bellissime o che fanno cagare. L’artista si confronta sempre con il pubblico. Vale tanto per Burzum quanto per i tanti Bugo sparsi per l’Italia.

Però, però. Di nuovo la domandina iniziale: perché proprio ora? C’è puzza di marketing, dice qualcuno. Se la strategia fosse stata studiata a tavolino, tutto questo bel dibattito sarebbe un po’ squallido Peccato, perché è stata una giornata bellissima (soprattutto quando i Tropical Pizza mi hanno allegramente dato del “frustrato”, magari più spesso!). Ad ogni modo, almeno una cosa Bugo l’ha guadagnata: la visiblità. Visto che di lui, dall’uscita di “Nuovi rimedi…”, si erano perse le tracce. Pace a te.

Autechre, il suono è il pensiero

Autechre

I miei ricordi legati agli Autechre sono i seguenti. Bologna, ex Estragon (poi ribattezzato Kindergarten), coinquilino e due amici danesi, buio, occhi chiusi, bassi pulsanti, ritmiche da catena di montaggio, zero melodia. Era un concerto? Non esageriamo. Un djset? Neanche per sogno. Un incubo, forse. Ecco, sì: uno di quei sogni che ti costringono a svegliarti con il fiatone. Un’ora di delirio per azzerare la connessione corpo-mente.

Gli Autechre affondano le proprie radici nel mondo della techno, ma l’impressione è che siano essi stessi macchine che lavorano con altre macchine. Per loro non vale la massima human after all tanto caro ai Daft Punk. E lasciate perdere “Oversteps”, l’ultimo album pubblicato da Rob Brown e Sean Booth. Troppe “canzoni”, troppe melodie facili da masticare. Troppa elettronica for the masses.

Ho passato un pomeriggio narcolettico lavorando come un automa, accompagnato da “Untilted”. Non è il capolavoro degli Autechre (citofonare “Incunabula”, lì c’era roba tipo 444 che ancora oggi fa rabbrividire). Però aiuta. Un acuto utente di YouTube ha definito Ipacial session “popocorn extraterrestre in un microonde”. E non credo possa esistere una definizione migliore
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Gli Autechre disegnano architetture sonore. Chiudi gli occhi ed allunghi le mani, per istinto. Hanno mangiato pane e techno per anni per poter concepire un’idea così plastica di suono. Afasica, sicuramente (quanti, esclusi loro ed Aphex Twin, parlano così?). Ed inafferrabile. Una forma evoluta di solipsismo. Anno 2005, non ce lo dimentichiamo. La musica si evolve, tra cannibalismi e rigurgiti che provano a spazzare via il passato. “Untilted” venne accolto con scarso entusiamo: troppo cerebale, confusionario, nulla di nuovo, erano più convincenti prima. Tutto quello che volete, per carità. Ma una volta terminati i 15 minuti Sublimit  si può tornare sulla Terra solo con una bella boccata d’aria fresca.

Fine Before You Came: bentornati. E Grazie.

E’ uscito il nuovo album dei Fine Before You Came, e sono felice per due motivi. 1) E’ in free download, troppa grazia. 2) Quando mi sento male loro sono come una Tachipirina.

Ormai” è un disco pazzesco. Forse appena più pulito di quel capolavoro chiamato “Sfortuna” (un monumento post-emo-evviadicendo), ma questi ragazzi riescono sempre a stare sul pezzo. Vengono dalla gavetta vera, e dopo anni di sbattimenti raccolgono quanto seminato con pazienza. I Fine Before You Came sono di stanza a Milano, suonano post-hardcore martellato ed appassionato, cantano in italiano. E il bello è che forse è proprio questo il loro punto di forza. Modelli stilistici americani, lingua di casa propria. Accoppiata vincente.

“Sfortuna” era un disco talmente bello che sono arrivato ad odiarlo. Si era conficcato sotto pelle, e per diversi mesi non ho ascoltato altro. All’epoca avevo messo la parola “fine” ad una storia complicata. E “Sfortuna” parlava proprio di quella roba lì, dell’incapacità di accettare la realtà delle cose. Delle persone che vanno e vengono dalle nostre vite. Della quotidianità che amavi, e che sei costretto a reinventarti.

Ironia della sorte, anche “Ormai” è uscito in un momento particolarmente sbandato della mia vita. Un’altra persona se ne è andata, provi a capire e vedi che alla fine, gira e gira, i conti non tornano mai. O meglio, tornano ma non riesci a rassegnarti. Anche se dovresti. “Imparare a lasciarsi galleggiare, con un sasso sulla pancia ed un pensiero bello in testa”. Questo è il punto. Lo dicono in Sasso, ed hanno ragione da vendere. Ora voglio vederli sudare sul palco, sputare sangue, scatenare stagediving. La paranoia si combatte con la paranoia. Grazie, Fine Before You Came. Siete già entrati nella mia playlist 2012 dalla porta principale.

Prinzhorn Dance School, geometria e minimalismo punk

Ho un debole per la musica scheletrica. Adoro i suoni scorticati, ridotti all’osso. Per il blues. L’essenza è nella sottrazione, anche se (ok) non riuscirei a fare a meno degli arrangiamenti stratificati di gente come gli Wilco, tanto per dire. Comunque sia, ho scoperto (tardi, mea culpa) l’esistenza dei Prinzhorn Dance School. Primo album (omonimo) datato 2007, il prossimo (“Clay Class”) in uscita a giorni. Per la Dfa. Colpo grosso.

I Prinzhorn Dance School sono Tobin Prinz e Suzi Horn. Bravi, belli (insomma, carini) ed asciutti. “Amiamo gli spazi comunali, i centri ricreativi e gli ospedali”, hanno spiegato a Maurizio Blatto di Rumore. Ma non basta. Ad ascoltarli vengono a mente parcheggi vuoti (anche se per questi ci sono sempre i Codeine), quartieri popolari di ex Paesi sovietici, corsie di supermercati con scaffali semivuoti. Solitudine urbana spinta fino alla paranoia.

E’ solo musica? Di più: è architettura, costruzione di spazi, geometria piana. Il primo album dei due Prinz-Horn potrebbe essere un capitolo aggiunto a mano agli Elementi di Euclide, la postfazione di un’opera di Archimede, o di Talete. Punti, linee, rette, segmenti. Ecco cosa sono e cosa disegnano i PDS. Essenziali, quadrati, minimali. E per questo, scusate se è poco, punk.

Sono i Fall impacchettati sottovuoto, ma portatori sani del virus della fu No New York, delle atmosfere asettiche di certi Devo, delle strutture anoressiche e nevrotiche dei Velvet Underground. Non stupisce, quindi, che proprio la DFA abbia deciso di accaparrarseli. Da quelle parti, si sa, gente del genere viene accolta srotolando il tappeto rosso.

Tobin e Suzi non cantano. Non nel senso stretto del termine. I versi delle loro canzoni, pochi e ripetuti fino all’ossessione, si trasformano in slogan. Perché il disco del 2007, preso nel complesso, è una sorta di manifesto. Contro la modernità, contro un certo genere di umanità. Ma a favore di un minimalismo punk che da un sacco di tempo non veniva (re) interpretato così. I PDS elaborano ragionamenti scarni, e deve essere una vera libidine ascoltarli in un piccolo club di serie B, di quelli che si entra scendendo le scale per ritrovarsi in un vano pieno di fumo e con l’odore di alcolici a poco prezzoche ti penetra dentro fino a sfondarti le budella, con i poster dei Sonic Youth e Glenn Branca epoca “Confusion is sex” alle pareti.

Sogno ad occhi aperti, ma da quando ho ascoltato “You are the space invader” ho passato il pomeriggio a chiedermi come potrebbe essere attraversare l’oceano e vivere con il blues sottopelle. Poi è toccato a questa, poi tutto l’album. Che ho cercato con la frenesia del tossico che ha bisogno di un po’ di doping. E l’ho consumato, in attesa del nuovo album. Occhio: con “Clay Class” ci dobbiamo preparare ad un secondo capitolo col botto.

La reunion degli At The Drive In e tre giorni vissuti pesantemente

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
“L’avvenire è andato, ma i sogni del passato sono ancora tutti qua”. La notizia della reunion degli At The Drive In mi ha (ri)aperto un mondo. Punto numero uno: forse è la volta buona che sentiremo più parlare degli orrendi Mars Volta. Ed è già una piccola grande conquista. Barocchi e amplossosi come una gang di nostalgici del prog. Insomma, trashbin forever. Ne faremo volentieri a meno. Punto numero due: le associazioni mentali. Due giorni di folle e sconclusionato rewind. Con questi risultati.

Relationship of commandAT THE DRIVE IN – Relationship of command
Anno 2000, disco perfetto. Produzione millimetrica, non c’è un secondo di musica fuori posto. Il post hardcore sputato in faccia. “One armed scissor” era la hit (e viene da sorridere, annus domini 2012, ripensando a a cosa tirava undici anni fa), “Arcarsenal” il cazzotto nello stomaco. Fermo qui, bello, adesso ti siedi ed ascolti. In principio furono i Jawbreaker, i Fugazi, i rastafariani Bad Brains. Anni dopo l’emo iniziò timidamente a scalare le classifiche fino a trasformarsi nel giocattolo preferito dagli adolescenti. Per questi, ed innumerevoli altri motivi, “Relationship of command” rappresenta un punto di non ritorno. Ed incarna lo zeitgeist di un’epoca che sembra lontana anni luce.

Converge - Jane DoeCONVERGE – Jane Doe
Rispettati e venerati come divinità pagane della musica pesante, riuscirono a mettere d’accordo i metallari oltranzisti con i duri e puri dell’hardcore della primissima ora. Quando si parla di “ibridi” musicali non si può ignorare “Jane Doe”, perché i Converge sono tra i pochi che verranno ricordati per aver fuso insieme le lingue del “post” con una durezza sonora che poteva aprirti il cranio a metà. “Jane Doe” è la sintesi perfetta di 30 anni di musica mutante. Il suono stentoreo trascinato per i capelli, le accelerazioni da infarto, lo screamo che diventa Vangelo per una serie infinita di proseliti. E “Phoenix in flight”, primo esempio di post metal che parte dai Mogwai per arrivare agli headbanger, che  iniziò a segnare il tracciato per la pesantezza liquida di Pelican, Jesu ed Isis.

Melvins - LysolMELVINS – Lysol
Un passo indietro, ma solo nel tempo. Temuti e rispettati in America, oggetto di culto sotterraneo in Europa, i Melvins sono sul pezzo dal 1986 e rappresentano un passaggio obbligato per chiunque voglia esplorare la musica diffidando degli atlanti prestampati. In questi giorni, fomentato dagli At The Drive In e dagli amplificatori a manetta, ho riscoperto “Lysol”. Un’unica traccia audio di 31 minuti, divisa in sei “movimenti”. C’è di tutto, qua dentro: le radici del moderno stoner, la psichedelia allucinata, la passione di King Buzzo per i Black Sabbath, l’America provinciale e violenta che cinque anni dopo finirà sulle copertine dei giornali specializzati con il goffo nome di “grunge”. Un disco “minore” nella discografia di una delle più grandi (e meno celebrate) band americane di sempre.

 

Maria Antonietta, ma che ti è successo?

Maria Antonietta

Letizia Cesarini a.k.a. Maria Antonietta

La chiamano adolescenza, ed è un dramma per tutti. Vita borderline del tipo “nessuno mi capisce”, scopate frenetiche ma problematiche, feste meste e sigarette al mattino per dire no, io non sono come voi, sono diversamente meglio. Sarà pure il disco autobiografico che un po’ tutti, in questi giorni, stanno decantando per celebrare il “nuovo miracolo italiano” nella musica indipendente. E forse è davvero così, chi sono io per poter dire il contrario? Il punto è comunque questo: ho ascoltato il debutto più o meno ufficiale di Maria Antonietta e posso dire in totale serenità che questa ragazza sta giocando a buttarsi via.

Un anno fa Letizia Cesarini da Pesaro si faceva chiamare Marie Antoinette, aveva consegnato alla Rete un delizioso ep di cantautorato domestico che mi aveva mandato ko con appena sette canzoni che frullavano Pj Harvey, Cat Power e lo spirito riot grrrl. Marie Antoinette era anche la metà femminile di un duo che si faceva chiamare Young Wrists. Un mini album osannato dalla critica e consigliato da alcuni amici. Poi li ho ascoltati e ho pensato: ma stiamo scherzando? Da quando citare i Jesus & Mary Chains è considerato un gesto rivoluzionario ? Ci avevano provato i danesi Raveonettes, anni fa, e infatti un amico di Copenhagen li seppellì subito con un bel: “Fanno schifo”. Gli Young Wrists non facevano schifo, ma erano destinati a non lasciare il segno. E infatti bisogna parlare al passato, perché la grande promessa dell’indie rock italiano è già finita in uno scantinato.

Una volta (cinque, sei, sette anni fa) eravamo tutti più pazienti. Si ascoltava di tutto, senza fretta, perché tanto si sapeva che la prova del nove arrivava con il terzo album. Il disco “problematico”, si diceva. Le cose cambiano in fretta. Oggi ci spelliamo le mani per artisti che arrivano dal nulla, vengono masticati con voracità da stampa, blogger e pubblico, per poi ritrovarsi accantonati nell’oblio. Questo album d’esordio di Maria Antonietta è grazioso, finirà per piacere (e tanto) al mondo dell’indie femminile metropolitano, tante ragazze dai 30 in giù si riconosceranno nel vissuto complicato di una 24enne marchigiana qualsiasi. Ed è giusto così, le regole del gioco sono queste, da sempre. Anche I Cani, per dire, condividono con chi li ascolta un universo di credenze molto circoscritto e che pesca a piene mani nel mondo dei tanto vituperati luoghi comuni (ma il risultato finale è di tutt’altra statura, lo scrissi a suo tempo e lo confermo sillaba per sillaba). Qualcuno mi spieghi  però perché dovrei emozionarmi per le canzoni di una ragazza che passa da Pj Harvey ai Libertines con questa disinvoltura. Questo ho pensato dopo aver ascoltato il singolo, non senza una bella dose di incazzatura. Le altre canzoni, per fortuna, risollevano le sorti dell’album (e comunque non ci voleva poi così tanto). Vogliamo dirlo? Diciamolo: forse con l’italiano si sentirà più a suo agio, ed il grande pubblico inizierà ad interessarsi a lei ancora di più. Di nuovo: tanto è così che funziona, no? Ma l’impressione, a conti fatti, è che Maria Antonietta abbia perso un’enorme occasione per confermare il suo talento. Dispiace, e molto.

“England is mine” – Underworld ed Elbow per le Olimpiadi

La notizia era nell’aria da un bel pezzo. Gli Underworld sono stati nominati direttori musicali della cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Londra. Se ne parla dal 7 dicembre scorso, ma la curiosità è destinata ad aumentare. Perché a dirigere lo show sarà (udite udite) il regista Danny Boyle. Una collaborazione già sperimentata ai tempi di  “Trainspotting” (esatto, “Born Slippy” e tutto quello che è successo dopo il 1996) ma adesso la domanda è: cosa si inventeranno? “Aspettatevi delle sorprese”, ha dichiarato Karl Hyde a Billboard.

E sempre a proposito di Londra 2012, ecco la seconda novità. L’inno ufficiale dei Giochi Olimpici verrà scritto dagli Elbow. Non riesco a nascondere una certa soddisfazione. Avevo deciso di inserire “Build a rocket boys!” nella mia personale Top 10 di fine anno giusto per fare uno sgarbo a Chris Martin. Gli Elbow avevano tutte le carte in regola per diventare i nuovi Coldplay. Hanno lavorato come formichine  fino a conquistare un’autorevolezza che solo i grandi possono permettersi. E alla fine gli allievi hanno superato i “maestri”. Testa bassa ed umiltà sono indispensabili, nella musica come nella vita. Vero è che l’ultimo album si perde un po’ sulla lunga distanza, ma quando una band considerata “minore” se ne esce dal cilindro con un piccolo capolavoro come “Leaders of the free world” bisogna solo togliersi il cappello e fare un bell’inchino.

Certo, Martin e compagnia hanno le loro responsabilità. “Parachutes” era stato un best seller inatteso, bissato da quella meraviglia di “A rush of blood to the head”. Poi, il dimenticatoio. Da “X&Y” in poi i Coldplay si trasformano una sorta di Circo Orfei del rock. Barocchi ed enfatici, i “nuovi U2” hanno detto addio ai bei tempi di Yellow. Un peccato, perché ogni volta che ascolto l’attacco di The scientist la bocca dello stomaco inizia a chiudersi. Ad ogni modo: chi è causa del suo mal, pianga se stesso. Siamo solo a gennaio, ma il 2012 potrebbe regalare agli Elbow quella consacrazione al grande pubblico finora sempre rimandata.


“Dimmi che non sono solo, dimmi che sarò con te”

Tre allegri ragazzi morti - La testa indipendente

Correva l’anno 2001, avevo 19 anni. Ora ne ho dieci in più e ho scoperto che riesco ancora a commuovermi. Prima o poi qualche illuminato studente di psicologia dovrà prendersi la briga di spiegare a noi poveri mortali come mai ad un certo punto della vita si torni inevitabilmente alla musica della post-adolescenza.

“Una questione privata”, direbbe Fenoglio. Gli spinelli come catalizzatore sociale. Il riflusso che inizia con una laurea e prosegue in un ufficio, o con gli occhi sbarrati ma incollati al pc. Le squallide “stagnole” nella toilette del bar. “Ogni adolescenza coincide con la guerra”, cantava Toffolo. Ed aveva ragione. Cristo, se aveva ragione.

La testa indipendente” è un piccolo romanzo di formazione. C’è un mondo bellissimo, qua dentro. Un mondo piccino e provinciale, raccontato confondendo la parola con l’immagine, il pastello con il disincanto. Per dire: Pordenone si trasforma in una città eterea e prototipo di ogni buco sperduto sul suolo italiano. “Io solo contro il mondo, è meglio se mi calmo“.

Hanno ragione, i Tre Allegri Ragazzi Morti: siamo tutti dei “quasi adatti”. Ricordo di aver amato Toffolo dopo questo disco. E continuo a stimarlo ancora, anche se il recentissimo  “Primitivi del futuro” è un passo indietro rispetto ai dischi precedenti.

Ho riscoperto “La testa indipendente” qualche giorno prima di Natale. A distanza di dieci anni mi sono stupito di ricordare ancora tutte le canzoni, parola per parola. Per carità: “Mostri e normali” era stato un colpo basso al cuore, e “Il sogno del gorilla bianco” era spassosissimo. Ma qui, davvero,  si ride e si piange di brutto. “Lontano dalla mia casa più della Luna, la sola cosa che posso desiderare”. Come se nulla fosse.