Prinzhorn Dance School, geometria e minimalismo punk

Ho un debole per la musica scheletrica. Adoro i suoni scorticati, ridotti all’osso. Per il blues. L’essenza è nella sottrazione, anche se (ok) non riuscirei a fare a meno degli arrangiamenti stratificati di gente come gli Wilco, tanto per dire. Comunque sia, ho scoperto (tardi, mea culpa) l’esistenza dei Prinzhorn Dance School. Primo album (omonimo) datato 2007, il prossimo (“Clay Class”) in uscita a giorni. Per la Dfa. Colpo grosso.

I Prinzhorn Dance School sono Tobin Prinz e Suzi Horn. Bravi, belli (insomma, carini) ed asciutti. “Amiamo gli spazi comunali, i centri ricreativi e gli ospedali”, hanno spiegato a Maurizio Blatto di Rumore. Ma non basta. Ad ascoltarli vengono a mente parcheggi vuoti (anche se per questi ci sono sempre i Codeine), quartieri popolari di ex Paesi sovietici, corsie di supermercati con scaffali semivuoti. Solitudine urbana spinta fino alla paranoia.

E’ solo musica? Di più: è architettura, costruzione di spazi, geometria piana. Il primo album dei due Prinz-Horn potrebbe essere un capitolo aggiunto a mano agli Elementi di Euclide, la postfazione di un’opera di Archimede, o di Talete. Punti, linee, rette, segmenti. Ecco cosa sono e cosa disegnano i PDS. Essenziali, quadrati, minimali. E per questo, scusate se è poco, punk.

Sono i Fall impacchettati sottovuoto, ma portatori sani del virus della fu No New York, delle atmosfere asettiche di certi Devo, delle strutture anoressiche e nevrotiche dei Velvet Underground. Non stupisce, quindi, che proprio la DFA abbia deciso di accaparrarseli. Da quelle parti, si sa, gente del genere viene accolta srotolando il tappeto rosso.

Tobin e Suzi non cantano. Non nel senso stretto del termine. I versi delle loro canzoni, pochi e ripetuti fino all’ossessione, si trasformano in slogan. Perché il disco del 2007, preso nel complesso, è una sorta di manifesto. Contro la modernità, contro un certo genere di umanità. Ma a favore di un minimalismo punk che da un sacco di tempo non veniva (re) interpretato così. I PDS elaborano ragionamenti scarni, e deve essere una vera libidine ascoltarli in un piccolo club di serie B, di quelli che si entra scendendo le scale per ritrovarsi in un vano pieno di fumo e con l’odore di alcolici a poco prezzoche ti penetra dentro fino a sfondarti le budella, con i poster dei Sonic Youth e Glenn Branca epoca “Confusion is sex” alle pareti.

Sogno ad occhi aperti, ma da quando ho ascoltato “You are the space invader” ho passato il pomeriggio a chiedermi come potrebbe essere attraversare l’oceano e vivere con il blues sottopelle. Poi è toccato a questa, poi tutto l’album. Che ho cercato con la frenesia del tossico che ha bisogno di un po’ di doping. E l’ho consumato, in attesa del nuovo album. Occhio: con “Clay Class” ci dobbiamo preparare ad un secondo capitolo col botto.

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