Autechre, il suono è il pensiero

Autechre

I miei ricordi legati agli Autechre sono i seguenti. Bologna, ex Estragon (poi ribattezzato Kindergarten), coinquilino e due amici danesi, buio, occhi chiusi, bassi pulsanti, ritmiche da catena di montaggio, zero melodia. Era un concerto? Non esageriamo. Un djset? Neanche per sogno. Un incubo, forse. Ecco, sì: uno di quei sogni che ti costringono a svegliarti con il fiatone. Un’ora di delirio per azzerare la connessione corpo-mente.

Gli Autechre affondano le proprie radici nel mondo della techno, ma l’impressione è che siano essi stessi macchine che lavorano con altre macchine. Per loro non vale la massima human after all tanto caro ai Daft Punk. E lasciate perdere “Oversteps”, l’ultimo album pubblicato da Rob Brown e Sean Booth. Troppe “canzoni”, troppe melodie facili da masticare. Troppa elettronica for the masses.

Ho passato un pomeriggio narcolettico lavorando come un automa, accompagnato da “Untilted”. Non è il capolavoro degli Autechre (citofonare “Incunabula”, lì c’era roba tipo 444 che ancora oggi fa rabbrividire). Però aiuta. Un acuto utente di YouTube ha definito Ipacial session “popocorn extraterrestre in un microonde”. E non credo possa esistere una definizione migliore
.
Gli Autechre disegnano architetture sonore. Chiudi gli occhi ed allunghi le mani, per istinto. Hanno mangiato pane e techno per anni per poter concepire un’idea così plastica di suono. Afasica, sicuramente (quanti, esclusi loro ed Aphex Twin, parlano così?). Ed inafferrabile. Una forma evoluta di solipsismo. Anno 2005, non ce lo dimentichiamo. La musica si evolve, tra cannibalismi e rigurgiti che provano a spazzare via il passato. “Untilted” venne accolto con scarso entusiamo: troppo cerebale, confusionario, nulla di nuovo, erano più convincenti prima. Tutto quello che volete, per carità. Ma una volta terminati i 15 minuti Sublimit  si può tornare sulla Terra solo con una bella boccata d’aria fresca.

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